- Le “vittime dimenticate” del regime nazista -
TriangoloViola

Questa pagina è dedicata ad alcune citazioni da libri che hanno toccato il dramma dei triangoli Viola


Citazioni da:

Citazioni dal libro: "L'ordine del terrore"
Il campo di concentramento
di Wolfgang Sofsky (Editori Laterza - Bari 1995)


Il libro di Sofski rappresenta una delle più puntuali analisi della psicologia che sta alla base dello sterminio messo in atto dai nazisti. Un testo che aiuta a capire le dinamiche e le trasformazioni nel comportamento di chi è posto davanti all'orrore, sia che lo eserciti, sia che lo subisca. Con un linguaggio semplice, Sofski entra nel lager e ci aiuta a comprendere i meccanismi mentali, il sadismo, le crudeltà di uomini che in altre situazioni della vita sarebbero forse stati delle persone normali. Durante gli studi sui campi di concentramento nazisti, il sociologo Sofsky, osservò, quanto è stata potente la forte fede dei prigionieri per la sopravvivenza e la resistenza alle atroci crudeltà a cui erano sottoposti. Wolfgang Sofsky è nato nel 1952 in Germania. E' professore di Sociologia e vive a Gottinga. In Italia ha pubblicato Saggio sulla violenza (Torino 1998) e Il paradiso della crudeltà (Torino 2001).


Dal libro "L'ordine del terrore" di Wolfgang Sofsky
 
"Altrettanto raro era il martirio. I soli che si possono definire a ragion veduta martiri erano gli oppositori del regime più politicizzati e i testimoni di Geova, questi ultimi perseguitati a causa della loro obiezione totale al servizio militare e del rifiuto incondizionato ad abiurare la loro fede. Per quanto riguarda tutti gli altri prigionieri, nessuno di essi avrebbe potuto salvarsi rinnegando qualcuna delle proprie convinzioni." (Pag. 36)

"Più resistenti erano senza dubbio le convinzioni religiose. Le religioni offrono modelli interpretativi mediante i quali gli eventi del presente possono venire inquadrati in un orizzonte di aspettativa e spiegati alla luce di un futuro immaginario. La fede nella salvezza per mezzo della Grazia divina, la fiducia negli effetti salvifici delle pratiche religiose, della preghiera e delle funzioni sacre, la prospettiva di una vita futura, sono tutte cose che aiutano a dare un senso alla sofferenza e, quindi, ad attenuarla… Così, nei campi di concentramento il possesso di ferme convinzioni religiose non solo rafforzava la volontà di sopravvivenza, ma aiutava a preservare la persona morale e a spostare l'orizzonte dell'esistenza al di la dell'immediato presente. Non pochi prigionieri dovevano la loro resistenza proprio alla saldezza della loro fede o al senso di comunanza che si stabiliva fra correligionari: non solo i testimoni di Geova o i preti isolati di Dachau, ma anche alcuni gruppi di ebrei e di cristiani polacchi, francesi oppure olandesi, riuscirono a costruire un efficace baluardo di solidarietà e di opposizione contro i processi dissociativi indotti dal terrore." (Pagg. 137,8)

"Gli stranieri in quanto tali erano considerati nemici politici "naturali", mentre i testimoni di Geova, i comunisti e i socialdemocratici tedeschi erano visti soprattutto come nemici ideologici, da perseguitare non per la loro appartenenza razziale o nazionale, ma per le loro idee religiose e politiche." (Pagg. 178,9)

"Una sorte simile toccò ai testimoni di Geova. Benché pochi di numero, le SS attribuivano a questi detenuti un'influenza maggiore di quella che in realtà avevano. Per molti anni essi vennero perseguitati assai duramente a causa del loro coerente atteggiamento di resistenza passiva:per rompere la loro solidarietà si decise di sparpagliarli in blocchi diversi, ma poi si dovette fare marcia indietro quando ci si accorse del pericolo rappresentato dal loro attivismo "missionario" all'interno delle camerate. Poiché la resistenza passiva dei testimoni di Geova era rivolta soltanto contro quegli ordini che erano inconcepibili con le loro concezioni religiose, le SS decisero alla fine di mettere a frutto il loro senso del dovere e la loro affidabilità, promuovendoli nei gradi superiori della gerarchia e utilizzandoli come tuttofare nel settore delle SS o come guardiani di piccole squadre di lavoro più esposte al rischio di fughe. A Ravensbrück vennero impiegati come "detenuti modello" da presentare alle commissioni d'inchiesta esterne, mentre a Niederhagen, l'ultimo lager dove i testimoni di Geova costituivano il gruppo più consistente della popolazione carceraria, lavoravano alla ristrutturazione del Wewelsburg, uno dei castelli dell'"ordine mistico" delle SS." (Pag. 181)

"La divisione in classi imposta dall'alto suggeriva e accentuava una determinata immagine dell'altro, sicché ogni detenuto con il triangolo nero finiva con l'essere considerato effettivamente un essere asociale, inetto, codardo e sporco, ogni criminale una persona pericolosa, brutale e violenta, ogni testimone di Geova un individuo zelante nel lavoro, ordinato e dalle inflessibili convinzioni religiose." (Pag. 183)

"L'appartenenza coatta a un gruppo non generava affatto un senso di vera comunanza, la coesione interna dei testimoni di Geova, dei repubblicani spagnoli o dei soldati sovietici era un dato che preesisteva all'esperienza dei lager." (Pag. 185)

"Appartenere a una classe anziché a un'altra era spesso condizione sufficiente per essere assegnati alle squadre di lavoro più dure: a Gusen e Mauthausen per la costruzione del lager e per lo sfruttamento delle cave di pietra vennero destinate in blocco intere categorie di reclusi: nel 1939 tutti gli "zingari", nel 1940 tutti i testimoni di Geova, i polacchi e gli ebrei, nel 1941 e 1942 tutti gli ebrei e soldati russi, e la maggior parte dei polacchi, degli spagnoli e dei cecoslovacchi, nel 1943 tutti gli Sver, gli jugoslavi, i russi e gli ebrei." (Pag. 186)

"Come servitori personali le SS preferivano i testimoni di Geova, mentre per i lavori nei laboratori artigianali, per la cura dei detenuti ricoverati nelle infermerie e per la redazione degli atti amministrativi ricorrevano di preferenza ai detenuti politici." (Pag. 187)

"Dopo il processo di internazionalizzazione della popolazione carceraria seguito allo scoppio della guerra, lo stato medio-alto (II) fu composto dagli "asociali" e dai testimoni di Geova tedeschi, nonché dai cecoslovacchi e dai nordeuropei, e dal 1943 anche dai repubblicani spagnoli. Questi gruppi dovevano la loro posizione relativamente favorevole o alla più lunga esperienza carceraria, o alla protezione concessa dai "notabili" e dalle SS, o alle loro doti "organizzative". (Pag. 191)

 


Citazioni dal libro: "I sommersi e i salvati"
L' intellettuale ad Auschwitz 
Primo Levi (Einaudi) Torino 1986. 14^ ristampa 2001

Recensione di Claudio Vercelli


Primo Levi

Il libro di Levi è un capolavoro della riflessione morale novecentesca. Da questo punto di vista sopravanza la ragione stessa per cui è stato scritto - la riflessione sul fenomeno lager e sulla vocazione al male di certuni - per assurgere a pietra miliare nell'esercizio dell'umana comprensione. Ha ragione chi, tra gli studiosi (ad esempio Alberto Cavaglion), sostiene che l'obiettivo umanistico ed etico di Levi è quello di cogliere le virtù della medietà nei luoghi dell'estrema desolazione. In lui la lotta della vita contro la morte è un dato persistente, continuativo. Ha vissuto l'esperienza della deportazione come essere umano, prima che come ebreo o politico o quant'altro. E, malgrado tutto, è riuscito a preservare il nocciolo di umanità che gli era proprio, coniugando la sua cultura letteraria a quella scientifica e salvando spirito e corpo, almeno fino al giorno in cui levò la mano su di sé. 

Io l'ho conosciuto, da buon torinese quale mi reputo essere, e mi colpì fin da subito la pacatezza del giudizio che manifestava anche quando gli venivano posti quesiti sulla sua esperienza a Buna-Monowitz (Auschwitz III) e sui suoi persecutori. Non c'era mai rabbia, semmai indignazione. Nessun giudizio precostituito, molta disponibilità a comprendere (che è cosa diversa dal giustificare). Stimava oltremodo molti dei suoi compagni di prigionia. Ed anche questo è il segno della sua felice "diversità". "I sommersi e i salvati", fors'anche più di un altro capolavoro, "Se questo è un uomo", meriterebbe d'essere annoverato tra i dieci libri più importanti dell'umanità. 

Claudio Vercelli 


[...] Per un istante ho provato il bisogno di chiedere aiuto ed asilo; poi nonostante l'angoscia ha prevalso l'equanimità: non si cambiano le regole del gioco alla fine della partita, né quando stai perdendo. Una preghiera in quella condizione sarebbe stata non solo assurda (quali diritti potevo rivendicare? e da chi?) ma blasfema, oscena, carica della massima empietà di cui un non credente sia capace. Cancellai quella tentazione: sapevo che altrimenti, se fossi sopravvissuto, me ne sarei dovuto vergognare.

     Non solo nei momenti cruciali delle selezioni o dei bombardamenti aerei, ma anche nella macina della vita quotidiana, i credenti vivevano meglio: entrambi, Amery ed io, lo abbiamo osservato. Non aveva alcuna importanza  quale fosse il loro credo, religioso o politico. Sacerdoti cattolici o riformati, rabbini delle varie ortodossie, sionisti militanti, marxisti ingenui od evoluti, Testimoni di Geova, erano accomunati dalla forza salvifica della loro fede. Il loro universo era più vasto del nostro, più esteso nello spazio e nel tempo, soprattutto più comprensibile: avevano una chiave ed un punto d'appoggio, un domani millenario per cui poteva avere un senso sacrificarsi, un luogo in cielo o in terra in cui la giustizia e la misericordia avevano vinto o avrebbero vinto in un domani millenario forse lontano ma certo [...] Op.citata p.118


Citazioni dal libro: 
"Ach Gott vom Himmel sieh darein-Sechs Predigten"

 (O Dio, guarda dal cielo - Sei sermoni). di Martin Niemöller


"Ach Gott vom Himmel sieh darein. Sechs Predigten,", Martin Niemöller,  Munche: Chr. Kaiser Verlag, 1946, 27-28.

Nell’insieme, durante l’intero periodo nazista, solo circa 900 cristiani Protestanti (incluso clero e laicato) furono arrestati e condannati per la loro resistenza basata sulla fede. Trascorsero tempo in prigione e in campi di concentramento e dodici condanne a morte furono eseguite per ragioni religiose. Notevole, in questo piccolo gruppo, fu la figura sempre attiva del ministro e teologo Martin Niemöeller (1892-1984), una figura di spicco della Chiesa Confessionale. Nell’autunno del 1933, quando fu introdotto nelle chiese il cosiddetto “Paragrafo Ariano”, egli fondò il "Pfarrernotbund,", un’organizzazione per assistere i membri del clero, che venne in aiuto di oltre 6.000 ministri quello stesso anno. Nel 1937 egli fu mandato in un campo di concentramento, dove restò sino alla fine del regime nazista. Qui fu testimone della capacità di ripresa dei Testimoni di Geova. Nel suo libro scritto poco dopo la fine della guerra egli ricorda:

"La colpa delle guerre combattute dall'umanità è forse da attribuirsi a Dio? "No, Dio non vuole la guerra. Chiunque voglia dare a Dio la colpa [delle guerre] non conosce, o non vuole conoscere, la Parola di Dio. Naturalmente, che noi cristiani abbiamo una buona parte di colpa o no nelle incessanti guerre è un'altra faccenda. E non possiamo evitare tanto facilmente questa domanda. . . . Si può anche ricordare giustamente che nel corso dei secoli le chiese cristiane sono state pronte, ripetutamente, a benedire guerre, soldati e armi e che hanno pregato in modo assolutamente non cristiano per l'annientamento degli avversari in guerra. Tutto questo è colpa nostra e colpa dei nostri padri, ma certo non di Dio. E noi cristiani odierni ci vergogniamo davanti a una cosiddetta setta come quella degli Zelanti Studenti Biblici [Testimoni di Geova], i quali a centinaia e a migliaia sono finiti nei campi di concentramento e sono [perfino] morti per aver rifiutato di prendere parte alla guerra e di uccidere altri uomini". [op. cit.]


L’odore del fumo e il colore del dolore
di Claudio Vercelli

Recensione del volume di Raffaele Mantegazza, L’odore del fumo. Auschwitz e la pedagogia dell’annientamento, Città Aperta Editore, Enna 2001 pagg. 204 lire 25.000  

Seguono alcune citazioni

Raffaele Mantegazza.

C’è un punto della terra…in cui le persone spariscono, le famiglie si dividono e vengono distrutte, i corpi divorati, i significati annullati. C’è un punto della terra…in cui regna sovrano il silenzio, in cui le voci si azzittiscono, in cui si sentono gracidare solo i corvi ed anche loro sembrano di troppo. C’è un punto della terra…dove tutto pare tornare all’origine, dove lo sguardo vede un orizzonte infinito e sterminato, dove il gelo è tutto, la nebbia è compagna di interminabili giornate senza fine e il sole, quando c’è, è così tremulo e timido da ergersi come un pallido disco, spento ed incolore, triste ed incalore. C’è un punto della terra…dove regna la polvere; ma non dei luoghi bensì di persone è fatta quella polvere. C’è un punto della terra…dove i sorrisi si spengono, uomini e donne si svaporano, i sensi si perdono. C’è un punto della terra…al quale siamo inesorabilmente chiamati ma dal quale vorremmo fuggire una volta per sempre. E’ il luogo della consunzione di carni e oggetti, fornace di storie, officina di dolori, cimitero di speranze, desideri e significati.

Come narrare la morte che non parla? Dice il poeta che “il sorriso freddo, pallido e lunare che il raggio di una meteora di una notte senza stelle versa su un’isola solitaria e cintata dal mare, prima della luce indubitabile del sorgere del giorno, è la fiamma della vita tanto instabile e languente che aleggia intorno ai nostri passi finché la forza è finita”. E dice Giuliana Tedeschi - deportata e sopravvissuta ad Auschwitz - che ogni qualvolta, trovandosi a camminare per le vie della sua beneamata Torino, le capita di incontrare l’ombra del camino di una ciminiera il passo le si arresta, la testa le si fa pesante, l’equilibrio incerto. E deve appoggiarsi a qualcosa o qualcuno, riprendere il respiro che sembra esserle fuggito, recuperare le forze che paiono essere svanite, ripristinare il senso della vita dal suo subitaneo annichilimento. 

"L'odore del fumo". Gabriel Mantegazza. Clicca qui per visualizzare la copertina completa.

E’ questo ciò che prova al nudo pensiero di quella storia. Si rimane zitti al solo gesto di fare memoria di quelle tenebre. E la lingua ci si secca in gola se proviamo a verbalizzarne il senso, a dotare quegli eventi di un ordine, una chiave di comprensione. In fondo non possiamo farne a meno ma non siamo capaci di procedere innanzi. Poiché quei luoghi ancora oggi – o fors’anche oggi più che mai – ci guardano così come noi li guardiamo, ci sfidano a nominarli sapendo che noi non abbiamo un vocabolario adeguato per definirli, ci impongono d’interpretarli non dandoci alcunché per coglierne l’intima “ragione”. Quel che sappiamo è solo che la ragione è bruciata sulle pile dei corpi accatastati e noi siamo rimasti soli con noi stessi, orfani di speranze e convincimenti.

Raffaele Mantegazza, giovane ricercatore dell’Università degli Studi di Milano Bicocca, educatore e pedagogo, animatore di un intelligente ed ambizioso progetto di ricerca sulla “pedagogia della resistenza” il cui obiettivo è di individuare strategie e metodologie di opposizione nei confronti di qualunque tipo di dominio, tanto più se barbaro e totalitario, si è cimentato nella ciclopica impresa di costruire un percorso di significati, una intelaiatura concettuale all’interno della quale inserire la vicenda del sistema concentrazionario e la Shoah. Il suo impegno intellettuale - e ciò di cui andremo parlando ne è testimonianza - è costantemente volto a fornire ai più giovani, a quanti per condizione anagrafica e culturale si trovano privi di punti di riferimento, la strumentazione critica per affrontare il proprio presente facendo buon uso del comune passato. E per raggiungere questo obiettivo sa di dover passare attraverso un pubblico più “adulto”, quello dei formatori per eccellenza – insegnanti, docenti, educatori e così via – ai quali è demandato l’impegno di dotarsi di una legenda, di una serie di attrezzi concettuali, per decifrare le carte che la storia, ma anche le vicende a noi coeve, ci presentano nella loro babelica indecifrabilità. La sua ultima fatica, un volume dal titolo “L’odore del fumo. Auschwitz e la pedagogia dell’annientamento” (Città Aperta Editore, Enna 2001), rappresenta un po’ l’epitome, la sintesi di un lavoro il cui stato d’istruzione è tale da dirci che è un progetto ancora aperto. Rivolgendosi alla due generazioni che sono nate e cresciute “dopo Auschwitz”, ma della cui ombra fanno quotidiana esperienza, si confronta con l’urgenza di costruire una pedagogia antitotalitaria. Poiché l’universo dei lager, lungi dall’esaurirsi nella sua semplice manifestazione fattuale, nella sua apparente determinazione storica, circoscritta a luoghi e tempi determinati, rappresenta un modello di organizzazione sociale riproducibile e ripetibile. Il nodo irrisolto tra barbarie e modernità fa da cornice a questo scempio delle passioni e dei corpi e ci dice che l’unica lezione che può essere tratta da quelle vicende è “quel che è stato potrà ancora essere”. Ragion per cui l’unico antidoto è la coscienza vigile e partecipe del cittadino formato e consapevole, quella linea della resistenza la cui attivazione fa la differenza tra il consenso informato dei singoli che si traduce in democrazia diffusa dall’alienazione imbelle e imbecille degli schiavi incoscienti.

L’odore del fumo si articola in cinque passaggi fondamentali: nel primo ci si interroga sulla natura e la realizzabilità di una pedagogia civile su Auschwitz di contro alla pedagogia di Auschwitz, quella praticata dai carnefici, che è prassi di annientamento. Si raccontano le difficoltà che sono proprie ad un tale esercizio ma si parla anche della sua necessità ed imprescindibilità. Il secondo momento si addentra nelle ombre e nelle nebbie dei poteri autoreferenziali, quegli ordinamenti la cui natura implica il lager come effetto non secondario bensì come elemento istitutivo del comando politico stesso. La terza stazione di questo cammino è dedicata alla struttura dei campi, alla comprensione delle logiche che animavano quei siti. Di essi se ne coglie la funzione paradigmatica, ovvero l’essere dei dispositivi attraverso i quali si ordinano i corpi e si distruggono le libertà. La quarta porta ci mette in contatto con i bambini che furono ingoiati dal mostro bruno, se ne disegna una fisionomia, si indaga su quei corpicini ridotti ad angeli scheletrici e, laicamente, se ne celebra la memoria con deferente omaggio. L’ultimo capitolo ci introduce al tema della resistenza – quella di allora come quella di oggi - di cui se ne parla nei termini del suo significato, delle sue molteplici manifestazioni e della sua essenzialità per qualsivoglia progetto, politico o pedagogico che voglia essere.

Mantegazza ha scritto un libro bello e sagace, di grande attualità. L’invito è a leggerlo ma, soprattutto, ad usarlo come vocabolario del nostro presente. Poiché i libri sono creati per essere usati. Chi non ha capito ciò li brucia e con essi brucia anche sé, il suo futuro, il suo destino.

Claudio Vercelli 


Raffaele Mantegazza insegna presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università Milano Bicocca. Si occupa di un progetto denominato "Pedagogia della resistenza" che cerca di individuare le strategie e le metodologie pedagogiche di resistenza e opposizione nei confronti di qualunque tipo di dominio. E' formatore di insegnanti ed educatori. E' autore di diverse pubblicazioni.

Raffaele Mantegazza è' stato relatore il 13 gennaio 2001 presso il Centro Congressi della Provincia di Milano durante l'incontro: "La persecuzione nazista dei testimoni di Geova".

Nel suo libro L’odore del fumo. Auschwitz e la pedagogia dell’annientamento, nelle pagine da 50 a 52 si legge: "...abbiamo poi i Testimoni di Geova o Bibelforscher, gli unici ad essere messi di fronte alla possibilità di liberazione a seguito della pubblica abiura della propria fede, scelta operata da un numero irrisorio di Testimoni... Sarà facile notare che tutte queste categorie [comunisti, omosessuali, Testimoni di Geova, zingari, asociali e criminali comuni] sono in realtà state oggetto da secoli di discriminazione e di violenza, e che lo sono ancora oggi. Il nazismo sembra non aver inventato proprio nulla, nemmeno gli obiettivi da liquidare; semmai la sua grandezza criminale sta nel non aver operato una parentesi nella razionalità occidentale, ma nell'aver teso al punto di massima torsione le categorie e i pregiudizi che già aveva trovato nella sua strada. La specificità del nazismo, dunque, non la dobbiamo cercare nella definizione delle vittime, ma nella peculiare pedagogia dello sterminio messa in atto dai carnefici, e non soltanto da Hitler, dalla burocrazia statale, dall'apparato del partito, ma anche dalla grande industria, dai professionisti (giudici, medici, avvocati), dalla gente comune, dai governi non tedeschi, dai volontari non tedeschi, sotto gli occhi complici degli spettatori: le nazioni neutrali, le potenze alleate, le organizzazioni ebraiche, la stampa, le organizzazioni umanitarie, le chiese". [op.cit.]

Pagine 168, 169

[...] Iniziando una categorizzazione delle strategie di resistenza, partiamo da quelle che potremmo definire strategie di nominazione; nominare un oggetto, un ente, un individuo significa in un certo senso ri-metterlo al mondo, acquisirlo come dato della coscienza e dunque conferirgli un nuovo statuto di realtà; nominare il nemico o l'amico con estrema precisione significa depurare le denunce dal carattere astratto  che spesso hanno e contemporaneamente rendere  più constatabile  e padroneggiabile la dimensione di potere che nel nemico si incarna. [...] Anche nel campo di quelli che possiamo definire "disimpegni verbali", ovvero tentativi di prendere verbalmente le distanze dal potere e dal dominio, è presente l'attività di nominazione dell'amico e del nemico: ad esempio dichiararsi "comunisti", "Testimoni di Geova", "cattolici dissenzienti", eccetera significa mantenere ben in vita e in evidenza, attraverso il nome , quelle organizzazioni che l'avversario ha sciolto con la forza; e il semplice fatto di nominarle che non solo le rende in qualche modo presenti (e questo per i cristiani ha un forte senso evangelico:"Quando due o tre sono riuniti nel mio nome"), ma contribuisce anche a smascherare il regime ricordando concretamente le sue malefatte e il tentativo da esso compiuto  di mettere a tacere le voci del dissenso...[op. cit.]


Citazioni dal libro: 
Hitler e il nazismo
pp.48,49 Tascabili Economici Newton, Roma, 1994
di
Claude David

Le fonti prossime

Prima del 1933, la letteratura nazionalsocialista propriamente detta è molto esigua: a parte il Mein Kampf, che è un libro di memorie e una diatriba politica più che un'opera teorica, non si può citare quasi altro che Il mito del XX secolo, di Alfred Rosenberg* (1931), in cui si compendia l'ideologia del Partito.

Questo libro, tirato in oltre un milione di copie, è una serie di elucubrazioni storiche, "filosofiche", mitologiche che prosegue apertamente il pensiero di H.S. Chamberlain, anche se in modo ancor di più dilettantesco, Tutta la storia del mondo occidentale è il conflitto fra la razza ariana e la razza semitica. la Grecia, nel periodo del suo maggior splendore, incarna lo spirito nordico; ma con Socrate si introduce un elemento estraneo, nel momento in cui il culto siriaco di Dioniso distrugge il Pantheon degli ariani. Allo stesso modo, la storia di Roma è una lotta contro i semiti: etruschi e cartaginesi. Il cristianesimo, ebraizzato da San Paolo e da San Matteo, deforma la pura dottrina del Cristo: la religione "materialista" di Geova penetra nell'Occidente sotto numerose forme che si chiamano umanitarismo, liberalismo, coscienza di classe. Per gli ariani, il principio morale supremo è l'onore e la fierezza della stirpe. Il cristianesimo tenta di sostituirgli il principio della carità, che genera servilità. Ma i popoli germanici resistono a tale intrusione di uno spirito estraneo. Odino rivive nelle grandi figure della storia tedesca: il vescovo Ulfila, Jhoan Sebastian Bach, Goethe e Wagner, il quale esprime  "l'essenziale della civiltà nordico-occidentale". La Riforma luterana, infine, è la grande rivolta dei germani contro la tirannia giudaico-romana. La Francia, dando la caccia agli ugonotti, perde l'ultima possibilità di salvezza: oggi non è che un popolo di bastardi, di cui perfino il tipo razziale si è modificato fino a diventare brachicefalo. Solo la Germania può adesso salvare l'Europa dalla democrazia e dalla tirannia della ragione, prodotti di razze inferiori, in passato battute dai germani e alla ricerca di un'impossibile rivincita. Non esiste una verità assoluta, non esiste un diritto universale: "il diritto è ciò che l'uomo ariano trova giusto". La missione del futuro è la creazione di un nuovo "tipo" umano, che non potrà nascere che dalla formazione di gruppi "virili", di cui l'esercito prussiano offre il modello. Occorrerà allargare il cristianesimo con un quinto Vangelo. Gli eroi della Grande guerra saranno i martiri della nuova fede: "Mastro Eckart" (il mistico del XIV secolo) "e gli eroi in feldgrau sotto l'elmo d'acciaio sono un'unica stessa persona".Queste farneticanti affabulazioni sono dunque lo scenario che fa da sfondo al nazionalsocialismo - e che nessuno ha mai preso sul serio; ma danno l'idea di quali siano le tradizioni cui questi assurdi "miti" abbiano potuto richiamarsi.

Claude David, storico e studioso di letteratura, è professore alla Sorbona.