- Le “vittime dimenticate” del regime nazista -
TriangoloViola

Percorso dell' oppressione e delle persecuzione contro i testimoni di Geova in Germania ed in Italia
di Claudio Vercelli


Riguardo alla vicenda dei testimoni di Geova sotto i regimi nazista e fascista permane ancora un malcelato pregiudizio per parte di molti. L'assenza di conoscenza e l'omissione di attenzione non sono da considerarsi il prodotto di occasionali carenze ma il frutto di un oblio che è lontano dall'essere risolto. Con questo lavoro di analisi Claudio Vercelli, ricercatore presso l'Istituto di studi storici Salvemini di Torino, tematizza il rapporto tra la Congregazione dei testimoni di Geova e l'operato persecutorio di alcuni dei regimi dittatoriali presenti nel nostro continente negli anni trenta del secolo oramai trascorso. Tra le diverse domande, a tutt'oggi inevase, l'autore si interroga in particolare su quelle che furono le motivazioni dell'azione repressiva e, richiamandosi al presente, si pone il quesito relativamente a quel che rimane di significativo in quella storia, così terribile ma anche così importante per la formazione della coscienza dell'Europa di oggi. E a tal riguardo rammenta che "il lascito morale della vicenda delle deportazioni appartiene a tutti ed è per tutti" così come il fatto che "la storia delle deportazioni e dei lager ha ridonato senso al rapporto tra diversi, che in ciò rinnovano il patto di eguaglianza".
In altri termini, dalla tragedia alla speranza.

Indice:

1. Le memorie e la storia: la tematizzazione di un rapporto non facile attraverso alcune questioni di fondo
2. Costanti e variabili dei regimi persecutori in Germania ed in Italia
3. I caratteri delle persecuzioni
4. Le basi ideologiche delle persecuzioni
5. Quel che resta di quella storia


1.       Le memorie e la storia: la tematizzazione di un rapporto non facile attraverso alcune questioni di fondo

Già si è avuto modo di affermare un aspetto significativo nella vicenda della Congregazione dei testimoni di Geova in Europa, ovverosia la perduranza di un’esclusione dalla memoria storica di senso comune e dalle discipline storiografiche, tanto più in Italia. Ad essa si coniuga la permanenza di inibizioni ed autocensure, prodotto entrambe di un consolidato pregiudizio omissivo, rivolto nei confronti di coloro che sono osservati con un certo grado di sospetto in quanto membri di una “setta”, la cui espansione in questi ultimi cinquant’anni ha eroso non poco del terreno proprio ai culti maggioritari – primo fra tutti quello della Chiesa Cattolica – ingenerando concorrenzialità e conflittualità di ritorno. Dei testimoni di Geova si è detto molto, spesso non a proposito, senza conoscerne le qualità interne all’organizzazione come le caratteristiche morali e spirituali. E’ alieno dall’impostazione di queste poche note un approccio volto a qualificare tale Denominazione nell’ottica, implicitamente apologetica, di un mero vittimismo, che nulla servirebbe a spiegare le alterne vicende che essa ha conosciuto nei paesi del nostro continente. Peraltro, l’accusa che più comunemente viene levata contro di essa è proprio quella di strumentalizzare a proprio conforto le esperienze pregresse, soprattutto quelle più dolorose, nella logica del compiacimento verso un destino di martirizzazione, di cui ne enfatizzerebbe certi aspetti secondo una logica autopromozionale. Non crediamo che sia così (1); semmai ci pare, ed è il senso del nostro esordio, che una parte corposa del passato prossimo di tale gruppo religioso sia stato di fatto escluso dalla più generale visuale prospettica adottata nel giudizio su processi storici che lo hanno visto compartecipe. Ci riferiamo in particolare modo a quel periodo recente delle vicende europee nel corso del quale i movimenti fascisti e nazionalsocialista assunsero il potere, trasformando il regime politico dei paesi in cui dominavano in sistemi di governo spiccatamente autoritari o addirittura, come nel caso della Germania, totalitari.

Quel che ci pare di poter identificare dietro la reiterazione di un’esclusione, sia sul piano più strettamente disciplinare che su quello più ampio del senso comune, è la riaffermazione di un veto rivolto verso una comunità di donne e uomini che vengono percepiti come estranei. La narrazione delle loro esperienze, prima sotto il tallone di regimi oppressivi poi negli stessi campi di concentramento, è reputata di scarsa rilevanza, nella misura in cui se ne coglie come una sorta di lontananza dalle vicissitudini di altri gruppi che condivisero simili sorti e verso i quali più facili ed immediate sono le identificazioni. Non è facile inquadrare l’oppressione e la deportazione dei testimoni di Geova poiché, pur coniugandosi nei tempi, nei luoghi ed in parte nei modi, a quelle subite da politici, ebrei, zingari, “asociali”, omosessuali e così via, ne differiscono per altri aspetti. Il primo tra tutti era dato dalla motivazione per la quale costoro finirono nei campi, ovvero per la scelta di resistenza civile e spirituale, congruente ad una interiore vocazione testimoniale che, in alcuni casi, rasentò o si tramutò in martirio consapevole. E non è provocazione l’affermare che forse proprio in un caso come questo si attaglia il termine “Olocausto”, impropriamente adottato per definire i percorsi della deportazione e dello sterminio degli ebrei. A patto che non se ne faccia una questione di numeri, che pur contano, e di scale di valore, che possono comunque esistere ma che nulla ci rendono conto, in questo come in tanti altri casi, di quell’intricata matassa di fatti e misfatti che va sotto la definizione di “esperienza dell’universo concentrazionario”. Non si tratta di una mistificazione semantica: il martirio richiede un grado di cognizione ed una capacità di opzione che erano entrambe presenti nell’agito degli internati con il “triangolo viola”, in consonanza con il lascito dell’esperienza dei primi cristiani. E se di volontarietà rispetto alla detenzione nei campi non si può di certo parlare, almeno non in senso stretto (nessuno tra di loro, per quanto ci è dato sapere, chiese di esservi rinchiuso) rimane tuttavia il fatto che la totalità dei membri della Congregazione avrebbe potuto risparmiarsi una “villeggiatura” così devastante con un semplice e ben poco oneroso gesto, la firma apposta in calce ad un modulo di abiura (2). Nulla di simile avvenne nel caso dei deportati di origine ebraica, o degli zingari o degli stessi politici. La differenza sta nella scelta: i Bibelforscher (3) poterono effettivamente scegliere, gli altri no. Ciò li rende, al contempo, dei privilegiati e degli interdetti. Privilegiati poiché in un regime quale quello dove l’assassinio era legge quotidiana, potevano confidare fino all’ultimo in una qualche via d’uscita. Interdetti perché quasi mai accolsero tale soluzione, confidando nelle risorse che la loro scelta, quella cioè, di essere partecipi delle proprie motivazioni spirituali fino al sacrificio della propria vita e ciò stona con l’immagine che comunemente si ha dell’esperienza della deportazione. Mal si accorda, infatti, con le logiche inesorabili del sistema concentrazionario, questo esercizio di una sorta di diritto, sia pure estremo, d’opzione. Si rammenti che era nell’intima natura dei lager l’impedire qualsivoglia occasione di manifestazione di una propria volontà ed alterità. Il campo di concentramento perfetto, nella concezione himmleriana e dei suoi sodali, era quello capace di autogestirsi, dove l’uniformità e la massificazione indotta negli internati avrebbero generato da sé le risorse per governare un circuito oppressivo, finalizzato alla soppressione di quanti vi erano parte. Insomma, l’internato che elimina sé stesso ed i propri compagni, aderendo fino all’estremo alle rigide e parossistiche regole dell’istituzione totale, era l’anello ultimo di un progetto di morte che, per fortuna, ebbe corso solo in parte. L’autoannichilimento avrebbe così celebrato il capolavoro di una costruzione terroristica di massa che si esaurì solo con la conclusione della guerra che l’accompagnava e non per ragioni proprie. Permane così lo “scandalo” di un aggregato di individui, i testimoni di Geova, che, pur internati contro la loro volontà, perseverarono nelle logiche di gruppo anche in quei luoghi di sofferenza e delirio, tendenzialmente alieni in ciò dalle dinamiche di atomizzazione e morte attivate dai carnefici ma, in parte, anche da quelle delle vittime. A tal riguardo si è parlato di “fanatismo”: a patto che ci si intenda sul valore del termine, altrimenti ambiguo, si tratta forse di una parola che ha un suo fondamento e che si riallaccia alla natura della scelta fatta all’atto di aderire al culto. Essa ci consegna l’immagine di una irriducibilità alle imposizioni del sistema concentrazionario, a sprezzo della propria vita; e l’adesione alle motivazioni del sodalizio religioso, di contro alla frammentazione individualistica che era nel codice genetico delle regole di funzionamento dei campi, secondo il vecchio principio del divide et impera. Analogie, forse, si possono trovare nel comportamento di alcuni politici, in particolare in quei campi dove erano riusciti a costruire dei coordinamenti antinazisti. Ma se in quest’ultimo caso l’associazione tra pari aveva la doppia funzione di proseguire, sia pure in forma elementare, l’opposizione al potere e di aiutare i membri dello stesso gruppo a fare fronte alle incombenze imposte dalle circostanze, per i “triangoli viola” l’obiettivo aveva una valenza diversa, connotata dallo spirito evangelico e missionario. Si avrà modo in futuro di tornare su questo aspetto, rilevante, della deportazione religiosa poiché esso segnala il fatto che ci troviamo dinanzi ad una storia a sé, da contestualizzare con le altre ma anche da capire come vicenda con i suoi tratti peculiari, irriducibili ad un unico, comune denominatore.

Se per le ragioni richiamate è legittimo (non però dovuto né obbligato) adottare con le dovute cautele il termine “Olocausto”, lasciando alla vicenda della deportazione razziale quello più congruo di “Shoah”, parola la cui radice laica richiama l’idea di “catastrofe”, “tragedia” non voluta ma vissuta fino in fondo, parimenti, non è possibile utilizzare per i testimoni di Geova termini quali quelli di “genocidio” né di “sterminio”. Non si ha a che fare con un popolo – non nel senso corrente del termine, mentre diversa è invece l’accezione teologica – né le politiche naziste d’oppressione e repressione contro la Denominazione cristiana ebbero il modo di dispiegarsi nei termini propri ad un’azione compiuta con l’intendimento di eliminarne fisicamente tutti gli appartenenti. Il risultato a cui Hitler intendeva pervenire era quello di sradicare definitivamente un culto la cui presenza, oltreché sgraditagli sul piano morale, gli risultava pericolosa su quello politico. Tutti gli strumenti utili a tale obiettivo erano quindi adottati: tra questi la deportazione e l’eliminazione fisica dei suoi appartenenti. Ma l’obiettivo principe, che nel caso delle deportazioni razziali era quello di distruggere anche l’ultimo ebreo dalla faccia della terra, cancellando definitivamente più di cinquemila anni di storia, riguardo ai Bibelforscher era di reprimere un gruppo sociale che sfuggiva ai controlli capillari del Terzo Reich, rappresentando, con la sua mera presenza ed in virtù del suo dettato spirituale e teologico, un palese esempio di devianza dai principi nazionalsocialisti. Non vi era spazio di conciliazione tra due “regimi” di così diversa natura – il primo, quello hitleriano, fondato su un’ideologia onnivora e necrofila, il secondo, quello dei testimoni di Geova, basato sul messaggio cristiano – ma concorrenziali poiché alla loro intima radice entrambi “essenzialisti” e “fondamentalisti” (4). Laddove, tuttavia, la declinazione di questi due termini va compresa affinché non si ingenerino, ancora una volta, equivoci linguistici che sottintendono sovrapposizioni o accostamenti quantomeno impropri. L’essenzialismo hitleriano sta nella radicalità delle sue politiche – ovvero l’insieme degli atti concretamente posti in essere dal momento dell’ascesa del duce tedesco al potere fino al suo definitivo declino nella primavera del ’45 - volte ad enfatizzare, in chiave antiuniversalista, un’ideologia della razza che era condivisa come alternativa a qualsiasi altro genere di assetto socioculturale. Il fondamentalismo si dà nella stessa antropologia della razza, fondamento primo ed ultimo di una concezione dei rapporti umani che informava di sé ogni aspetto delle relazioni sociali. Al di fuori di essa, nulla poteva esistere. Il nazismo fu, nella sua concretezza, soprattutto un progetto di trasformazione sostanziale della natura antropodemografica dell’Europa (5). E per realizzare tale precetto i Konzentrationslager, insieme ai campi di sterminio propriamente detti, assolvevano a ruoli specifici, mutevoli a seconda delle esigenze, anch’esse variabili, e dei tempi, ma imprescindibili rispetto all’architettura genocidiaria posta in essere.

L’essenzialismo e il fondamentalismo dei testimoni di Geova, invece, pertengono a ben altri ordini di considerazione: sono, nel loro segno, di opposta radice a quella nazista. Se il primo è un movimento politico razzista il secondo è un culto di matrice universalista; se il primo ha un fondamento nel paganesimo germanico, anticristiano, il secondo si innerva nella tradizione evangelica. Se il primo ha il Mein Kampf il secondo ha la Bibbia. Sono due tradizioni oppositive, non due narrazioni concorrenti.

Il nazionalsocialismo e la Denominazione Cristiana dei testimoni di Geova si incontrano, o per meglio dire si scontrano, quindi, sul piano della guerra dei valori, che si fa totale fin dal 1933. Una confronto che quasi subito viene combattuto da Hitler per mezzo degli strumenti che gli sono propri: licenziamenti, arresti arbitrari e così via. Nessuna mediazione era possibile degli uni nei confronti degli altri, e viceversa, poiché il terreno della contesa implicava inesorabilmente l’esclusione definitiva di uno dei due attori. Non vi era spazio per una qualche forma di contrattazione, peraltro non avviata da nessuno dei soggetti in campo. Si trattava, infatti, di una partita per sottrazione, ovvero di uno scontro nel quale uno dei due contendenti avrebbe dovuto cedere integralmente ed essere eliminato dalla scena. Va da sé che l’asimmetria e la sproporzione tra i soggetti in campo era tale da non lasciare dubbio alcuno su quello che sarebbe stato l’esito del conflitto inauguratosi con l’ascesa dell’“imbianchino” – il termine dispregiativo con il quale veniva soprannominato il nuove fuhrer della Germania - alla Cancelleria del Reich. Contrariamente a quanto si è detto per parte di alcuni detrattori della Congregazione, la Dichiarazione dei fatti del 1933 (link), documento con il quale il gruppo dirigente dei Bibelforscher tentava di mantenere per i propri associati un qualche spazio di azione ma ribadiva anche l’incomprimibile soggettività del culto - la sua non riducibilità ai dettami del Nuovo Ordine che andava costituendosi - non ottenne effetto alcuno se non quello di intensificare l’azione repressiva nazista, ora informata all’evidenza dell’intenzione, per parte dei testimoni di Geova, di non sciogliersi come gruppo organizzato e di perseverare sulla strada intrapresa (6). La percezione che il nuovo potere aveva della Denominazione cristiana era evidentemente debitoria di quel principio della totalità al quale tutti gli atti posti in essere dalla leadership si orientavano: le articolazioni autonome della società civile dovevano essere al più presto ricondotte alla volontà dei nuovi padroni della Germania, cooptandone la ricchezza e il pluralismo associativo e culturale nell’unica matrice d’ora innanzi vigente, quella razzista. Era quello in atto un processo di nazificazione integrale della società tedesca. In questo senso, e non per altre ragioni, si assistette in quegli anni ad un confronto tra due opposti fondamentalismi, uno politico l’altro spirituale. L’omologazione del secondo al primo era impossibile poiché ne avrebbe comportato la sua corruzione e la conseguente estinzione. Peraltro, a titolo di semplice conforto di quello che si va affermando, si possono richiamare le ripetute dichiarazione dei massimi dirigenti nazionalsocialisti che esprimevano, senza equivoci di sorta, l’alternatività degli uni rispetto agli altri. Martin Bormann, capo della cancelleria di Hitler, ebbe modo di affermare che la “concezione nazionalsocialista e quella cristiana sono inconciliabili”. Parimenti, Alfred Rosenberg, massimo ideologo razziale, sostenne che “il mito del sangue nordico è un mistero che supera e rimpiazza i vecchi sacramenti” (7). Va ribadito, ancora una volta, che la sproporzione tra gli attori in campo, così come la natura degli obiettivi e gli strumenti utilizzati, erano tali da determinare a priori l’esito della contesa. Quel che importa, dal punto di vista del giudizio morale, così come nel caso della stessa valutazione storiografica, non è tanto il configurare improbabili scenari tra soggetti così distinti da essere collocati su piani differenti, ma il cogliere il valore testimoniale di condotte individuali che seppero continuare a distinguere tra il bene e il male, in anni difficili, non solo per il terrore e la repressione esercitativi ma anche e soprattutto per il consenso che tali regimi seppero raccogliere. A volte, malgrado tutto, è più facile resistere alla coercizione esplicita che non a quella implicita. Poiché il potere di attrazione proprio alle esperienze dei fenomeni totalitari del XX secolo sta non tanto nell’uso, peraltro corposo e sistematico, della violenza, quanto nella capacità di seduzione morale e di corruzione politica e culturale indotte nelle comunità sulle quali questi esercitano la loro signoria. Si ha totalitarismo, infatti, nel caso di una sovrapposizione e fusione tra volontà politica di una élite, ristretta ed autoreferenziale, e pensiero delle società. Quando l’aderenza del secondo alla prima è compiuta, non esiste più limite alcuno alla realizzazione degli obiettivi, anche i più nefasti, che l’autorità politica si dà. Poiché se la dialettica maggioranza-minoranze e il diritto di critica e di astensione sono alla radice dell’operare democratico, nei regimi a partito unico e a monocrazia carismatica le diversità e la molteplicità culturale e sociale sono vissute come elementi di destabilizzazione, da controllare o addirittura da eliminare (8).

I testimoni di Geova si opposero al nazionalsocialismo in virtù dei presupposti etici che stavano alla base della loro opera e per via di fatti concreti, non sulla scorta di opzioni ideologiche precostituite e preordinate. Il loro rifiuto, maturato attraverso l’esperienza concreta delle persecuzioni ma anche per mezzo di un netto diniego nei confronti del dettato nazista, aveva un impianto spirituale, non politico. Ciò fa la differenza rispetto ad altre esperienze oppositive e resistenziali che si manifestarono in quegli anni, in Germania come nell’Europa occupata o fascistizzata. Chiedere ad essi, tanto più con il senno del poi, qualcosa che non apparteneva alla loro stessa ragione sociale – l’evangelizzazione e la promozione del proprio credo – è privo di senso.

Per la leadership nazista i testimoni di Geova erano una pericolosa escrescenza del tessuto sociale, da piallare adottando i metodi propri al nuovo regime. Di essi si temeva soprattutto la capacità di costruire isole di resistenza morale, un piccolo arcipelago alternativo alle folle oceaniche adoranti il fuhrer della nuova Germania. Il punto debole di qualsivoglia regime totalitario si dà non nella sua impalcatura politica bensì nei varchi che si aprono all’interno delle costruzioni sociali e comunitarie che questo vorrebbe solidamente ancorate al proprio operato. I testimoni di Geova erano pericolosi poiché coltivavano il dissenso. Non erano agitatori politici, erano sovvertitori morali e spirituali. Coltivavano il dubbio laddove questo non era consentito. Un dubbio che, forse, andava al di là della loro stessa volontà, manifestato da una differenza inconciliabile con lo spirito dominante di omologazione. E’ plausibile che nell’ordine delle priorità repressive la Denominazione venisse dopo le organizzazioni degli avversari politici – i comunisti primi tra tutti – di cui, peraltro, erano erroneamente identificati come una propaggine. Un errore non casuale, comunque. Come altrettanto non occasionale era l’accusa di essere dei giudaizzati. L’essere minoranza organizzata, agli occhi del regime, era comunque una ragione più che sufficiente per procedere alla sua persecuzione. E non a caso le prime misure repressive datano all’ascesa stessa al potere di Hitler. Nella seconda metà del 1933 la Congregazione era, di fatto, già fuori legge. L’anno successivo i primi testimoni di Geova fanno la loro comparsa nei costituendi campi. Nell’aprile del 1935 l’adozione di un pacchetto di misure amministrative e legali, espressamente pensate per colpire la Denominazione, pone i suoi membri ai margini della vita sociale e civile.

Il fondamentalismo dei testimoni di Geova indica quindi uno stile di condotta, assunto nei confronti dei sistemi totalitari ed in particolare verso lo stato tedesco e mantenuto fino alle sue estreme conseguenze: nessuna abiura, nessun atto di apostasia, denuncia del carattere persecutorio e criminale delle istituzioni nazificate, rifiuto di servire nell’esercito e di compiere atti di idolatria nei confronti di quel “messia selvaggio” che di lì a non molto avrebbe condotto la Germania verso la catastrofe.

Come nel caso precedente – la detenzione nei campi – anche in questo si rinnova l’elemento della volontarietà: contro gli ebrei, come successivamente verso gli zingari e parte degli slavi, era in atto una guerra demografica e biologica. Non erano soggetti di un confronto bellico ma destinatari di politiche sterminazioniste. Non sceglievano; erano scelti. I testimoni di Geova, pur nelle condizioni di assoluta coazione nelle quali si trovarono ad agire, poterono ancora utilizzare la loro condizione “razziale”, in quanto “ariani”, per vedere preservata la vita, almeno in alcune circostanze. Dove la repressione si faceva più dura ed intransigente era nel caso dell’obiezione di coscienza, concepita dalla leadership nazista come una intollerabile spina nel fianco di un popolo la cui unica ragione sociale era divenuta quella di fare la guerra. Le fucilazioni di Bibelforscher, internati per tale ragioni, s’inaugurarono con l’avvio del conflitto bellico stesso, divenendo occasione di esibizione, per parte dei carnefici, di una spietatezza senza limiti, la cui natura era quella di intimidire attraverso l’esempio chiunque propendesse per soluzioni avverse ai comandamenti di lotta di un paese militarizzato.

D’altro canto l’indisponibilità totale verso qualsiasi forma di servizio armato all’ordine di un regime denunciato come idolatrico e bellicista, rappresentava una violazione integrale della concezione virilista associata al mito della razza (9). La persecuzione dei testimoni di Geova, da questo punto di vista, pur rimanendo all’interno della classica logica propria all’agito di una maggioranza totalitaria contro una minoranza religiosa, assumeva tuttavia alcune sottili connotazioni razzizzanti, nella misura in cui la violazione del “sacro” vincolo dell’impegno bellico e del servizio di leva divenivano segno di una più generale indisponibilità nei confronti di una radicalizzazione dei comportamenti quale quella in corso in quegli anni per parte dei nazisti. Il dire no ad essi implicava, per parte del regime, che subiva gli effetti del diniego, non solo un incremento di attenzioni repressive ma anche una esacerbazione idelogica nell’avversione che ne era a radice e presidio. Poiché il rifiuto della guerra era rifiuto del destino di stirpe guerriera, ascritto ai tedeschi. Nella concezione del mondo voelkisch, una razza quale quella ariana non poteva non connotarsi per i gesti e gli atti che avrebbe posto in essere. E chi non era congruente a tale aspettativa rivelava “debolezze costituzionali” che minavano l’arianità. Da ciò l’acribia persecutoria, nell’intendimento di porre a tacere quella parte del popolo tedesco che non voleva assolutamente aderire ai principi della razza e del sangue.

 

2.     Costanti e variabili dei regimi persecutori in Germania ed in Italia

 

Come si è detto le persecuzioni coinvolsero i testimoni di Geova tedeschi così come quelli italiani. Vi sono alcune analogie nei sistemi repressivi, fatta salva la distinzione, non irrilevante ai fini delle condotte dei due regimi, della diversa consistenza dei due insediamenti. Se in Germania la Congregazione vantava un numero di aderenti aggirantesi intorno ai venticinquemila membri, in Italia ci si trovava di fronte a non più di duecento appartenenti. E se nel primo caso si poteva parlare di una vera e propria organizzazione, in costante contatto con i suoi referenti internazionali, nel secondo si era di fronte a persone isolate o a piccoli gruppi, molto frammentati, spesso incerti anche dal punto di vista della collocazione dottrinale e con precarie ed estemporanee connessioni con la centrale svizzera (10).

Ancora: la Germania era e rimane un paese diviso tra cattolici e protestanti, uso a confrontarsi con diversi modi di intendere e vivere il Cristianesimo. Ben diversa era la situazione italiana, tanto più negli anni venti e trenta, dove i “culti evangelici” erano visti non solo con profondo sospetto ma addirittura avversati in quanto concorrenti e alternativi a quello cattolico. Peraltro, nel nostro paese la difficoltà ad identificare la natura della Denominazione e l’incertezza verso di essa predominano per diverso tempo. Dallo spoglio della documentazione e dalla ricostruzione dell’operato della struttura giudiziaria e dell’apparato poliziesco emerge il timore che all’epoca si nutriva nei confronti di un soggetto i cui contorni risultavano indefinibili. Per certo si ha solo l’intenzione di reprimere, cosa possibile, tuttavia, se si identifica la controparte. Paolo Piccioli, nel suo saggio su “I testimoni di Geova durante il regime fascista” (11) ha ricostruito i diversi passaggi che connotarono l’operato fascista. Solo con il 1940 il regime acquisisce la consapevolezza di una distinzione assoluta tra la Congregazione e i culti protestanti. Ancora l’anno precedente, in una circolare del Ministero dell’Interno datata 22 agosto 1939 ed avente ad oggetto le cosiddette “sette religiose dei Pentecostali”, ci si soffermava sulla caratteristiche del gruppo, di cui si ponevano in rilievo quegli aspetti la cui natura era denunciata come fortemente contraria all’ordinamento fascista, senza però dimostrare di averne compreso la specifica identità (12). E’ solo con l’anno successivo che si addiviene ad una organica definizione del fenomeno, ora correttamente delimitato e nomenclato. La circolare del 13 maggio 1940 (13), redatta con il preciso intendimento di uniformare i caratteri della repressione in corso di realizzazione, non solo specifica la qualità e le peculiarità della Denominazione ma, per la prima volta, parla chiaramente di “setta religiosa dei ‘Testimoni di Geova’ o ‘Studenti della Bibbia”. Della stessa mette in rilievo i seguenti aspetti:

- la presunta pericolosità politica e la caratterizzazione antifascista;

- l’antinazionalismo e la vocazione internazionalistica;

- la simpatia che i suoi membri nutrirebbero verso la causa alleata;

- la paventata dipendenza, economica e ideologica, da fonti esterne, in particolare statunitensi. A tal guisa ipotizza che essa costituisca un tentativo di penetrazione straniera in Italia.

Dei suoi membri viene inoltre sottolineata la modestia dell’estrazione sociale e culturale – quasi a prefigurare una sorta di plagio politico di cui sarebbero vittime – e la pervicacia dei convincimenti e nei comportamenti.

In questo quadro, caratterizzato da elementi di diversificazione a seconda delle traiettorie nazionali, le direttive del controllo e della repressione, pur producendo effetti distinti a seconda dei due regimi, seguono nel corso del tempo alcune linee di condotta similari.

A titolo di prima sintesi, preordinatrice rispetto ad un lavoro di analisi e valutazione che si andrà facendo nei mesi a venire, offriamo al lettore alcune considerazioni propedeutiche, volte ad identificare le linee di fondo – o, se preferisce, la cornice – entro la quale ci pare legittimo collocare la ricerca storiografica così come la riflessione di senso comune.

Intanto, quali erano i costrutti che orientavano e legittimavano le prassi persecutorie? Se in parte vi si è già fatto cenno, vale la pena di richiamarne, almeno per sommi capi, gli elementi più rilevanti. A tal guisa François Bèdarida nell’introduzione al bel volume di Guy Canonici “Les Témoins de Jéhovah face à Hitler” (14), identifica tre punti fondamentali, tutti legati all’esperienza nazista ma, per alcuni aspetti, condivisi anche dal regime mussoliniano:

a) l’elemento ideologico: in prima istanza è il richiamo dell’ideologia nazionalsocialista all’artificio della “comunità organica” di stirpe e sangue (Volksgemeinschaft) come fondamento dell’agire politico e sociale a costituire un vincolo ineludibile per qualsivoglia minoranza. Poiché essa implica il superamento stesso della dimensione di gruppo a sé che il concetto, come il dato storico, dell’essere minoranza invece presuppone. Nel nuovo ordine hitleriano non vi è spazio per quanti non si riconoscano nell’ente supremo che è, per l’appunto, l’aggregato razziale, sopravanzante, nell’ordine di priorità che il regime attribuisce ad esso, anche lo stato ed il popolo stessi. La “nuova comunità” è fondata sull’ordinamento razziale, è antiegualitaria e guerriera. L’appartenervi implica l’adesione integrale ai “valori” che essa esprime. Non è un fatto di libera scelta, è una situazione che data alla nascita, una condizione che l’individuo si trova ascritta al momento di essere generato da una famiglia ariana. E poiché ad un carattere razziale (biologicamente e somaticamente qualificato) corrisponde l’assunzione di certe “idealità” (belliciste) e la propensione ad una determinata prassi (fondata sulla vocazione alla prevaricazione nei confronti delle razze “altre”) chiunque, tra i tedeschi, non aderisca ad un tale cliché è destinato ad essere espulso o comunque isolato dalla comunità, in quanto soggetto sospetto di volerne minare la compatezza. Si tratta di eradicare l’umanesimo e l’universalismo, di stabilire il primato di una concezione rigorosamente razzizzante dei rapporti sociali. I testimoni di Geova, da questo punto di vista, sono visti come pericolosi nella misura in cui si rifanno proprio a quei principi (vissuti come radice del messaggio evangelico) che il regime hitleriano e quello mussoliniano intendono cancellare definitivamente dalla faccia della terra. E’ bene ribadire che il confronto, a tal riguardo, si scosta da un piano strettamente ideologico per assumere connotati quasi escatologici e teleologici: nazismo e fascismo si costituiscono come religioni politiche (15), dotate di liturgie e di un corpus dottrinale che rievoca, in non pochi aspetti - quantomeno nelle modalità di autorappresentazione – quello proprio dei culti istituzionalizzati. Il focus, ancora una volta, è quello della razza. La natura esclusivista, segregazionista e separazionista che tale termine, una volta adottato ed implementato in politiche di stato, esprime, è antitetica alle qualità morali che il Cristianesimo, come tutte le grandi religioni, portano con sé. L’accusa levata nei confronti della Denominazione è quella di minare l’unitarietà spirituale e fisica del corpo sociale nazionale. Significativo, a tal guisa, un documento del Ministero dell’interno fascista del 1935 dove, in merito all’agito dei testimoni di Geova e di quanti, con nomenclazione più confusa, venivano definiti “pentecostali”, si afferma che esso “si estrinseca e si concreta in pratiche religiose contrarie all’ordine sociale e nocive all’integrità fisica e psichica  della razza” (16). Le guerre coloniali, peraltro, erano in corso.

b) L’elemento ontologico: in seconda istanza Bédarida individua nel carattere totalitario dei due regimi il vincolo assoluto contro il quale la Congregazione era destinata inesorabilmente a scontrarsi. La totalità della nuova comunità nazionale si declinava politicamente attraverso il totalitarismo. Si è già parlato di inaccettabilità delle minoranze. Esse costituivano, nella migliore delle ipotesi, una condizione di minorità da assorbire all’interno della nuova struttura collettiva. Ciò avrebbe comportato la perdita completa dei caratteri specifici che le contraddistinguevano, il loro sciogliersi nel flusso collettivo delle nuove istituzioni, politiche e sociali. La memoria stessa del proprio passato avrebbe dovuto essere fatta oggetto di una radicale escissione. Nei regimi dei quali andiamo parlando l’ossessione per il sempre eguale originava la sovrapposizione e la coincidenza dell’identico con l’identità. Era alieno al loro operare qualsivoglia idea di diversità e di molteplicità. La concezione razziale dell’unitarietà della nazione, in quanto corpo, era una proiezione sul piano politico dell’organicismo biologico dominante in certe componenti del positivismo tardo ottocentesco. La trasposizione sul piano dell’ideologia sociale e la sua strutturazione intorno al costrutto razziale era a fondamento di prassi esclusiviste che giunsero, nelle loro estreme propaggini, a legittimare l’eliminazione fisica in massa.

c)  L’elemento teleologico: in ultima battuta è il confronto tra due fondamentalismi, di cui già si è fatta menzione, a connotare la resa dei conti che il regime hitleriano e, in forma più contenuta, per la sostanziale irrilevanza numerica della presenza in Italia dei testimoni di Geova, quello mussoliniano. Non vi era spazio di trattativa, non sussisteva terreno di scambio, non si davano opportunità di mediazione. L’inconciliabilità era nella natura dei due soggetti. Fatta salva la palmare asimmetria dei contendenti in campo, rimaneva il fatto che pur occupandosi gli uni di fatti fisici e politici e gli altri di aspetti spirituali e metafisici tuttavia contendevano una medesima posta: la visione del mondo e l’organizzazione dell’uomo rispetto al suo destino. Qualcosa di estremamente elementare – e quindi fondamentale - che si traduceva in un’aspra contrapposizione, giocata sul non secondario aspetto del controllo di quegli spazi di socialità che erano alla base della diffusione dei rispettivi dettati culturali e imprescindibili per la legittimazione delle proprie organizzazione. La “Risoluzione di Lucerna” (link) del settembre del 1936, distribuita clandestinamente nel territorio germanico, oltre a costituire una ferma condanna del regime, al quale veniva associata la “gerarchia cattolico-romana”, segna il punto di non ritorno di una politica identitaria che, oltre a denunciare le vessazioni subite, manifesta l’intendimento di non concedere alcunché. L’ottica con la quale si persegue e si giustifica tale presa di posizione è quella di riconoscere in sé i caratteri della compiutezza e dell’autosufficienza, di contro al totalitarismo del regime. La repressione subita, pertanto, lungi dall’essere desiderata assume però anche i connotati di testimonianza della propria fede e di passione verso un divenire che avrebbe sovvertito le aspettative dei “malvagi” ed adempiuto alla profezia implicata dal credo praticato.

 

3.     I caratteri delle persecuzioni

 

Una volta individuati i destinatari delle proprie politiche repressive, l’azione procedeva sollecita, assumendo però velocità, modalità e intensità mutevoli e discontinue, a seconda delle circostanze. Il dato permanente o, se si preferisce, la variabile indipendente del sistema, è la radicalizzazione della quale i due regimi si fanno aggio, approssimandosi i tempi bellici e, infine, entrando nel vivo del conflitto armato. Le ricorrenze sono riconducibili a cinque punti:

a) la sistematicità: controllare, reprimere ed eventualmente distruggere non erano opzioni occasionali ma continuative, reiterate nel corso del tempo. Per raggiungere gli obiettivi ambiti – la totale distruzione della Congregazione – necessitava un’attività sistematica di monitoraggio del territorio, affidata nel caso tedesco alla Gestapo (la polizia segreta) e alla Kripo (la polizia criminale) e in quello italiano all’Ovra, l’Opera Volontaria per la Repressione dell’Antifascismo. In entrambi i casi i testimoni di Geova avevano a che fare non con gli ordinari apparati di polizia giudiziaria bensì con strutture appositamente create dagli stessi regimi per tacitare ed al contempo eliminare le opposizioni, così come coloro che erano considerati “nemici dello stato”. La sistematicità si coniugava quindi all’eccezionalismo delle procedure e dei metodi. Trattandosi di attività di repressione straordinaria, ovverosia eccedenti la norma dell’abituale operato degli organismi istituzionali, esse erano affidate a quanti potevano operare con le dovute competenze e con l’impegno richiesto per l’esecuzione di compiti “speciali”. E la specialità e la specializzazione repressiva si concretizzavano attraverso la costruzione di un parallelo regime del terrore, dotato di luoghi, tempi e modi propri; una rete all’interno della quale le vittime, una volta cadutevi, raramente ne sarebbero uscite e non comunque nelle condizioni in cui vi erano entrate;

b) la condivisione e la capillarità: tuttavia si commetterebbe errore se si reputasse che l’eccezionalismo abbia implicato la segretezza integrale e l’omissione dell’operato persecutorio rispetto alla cognizione pubblica. Anzi, il concorso della comunità nazionale era un prerequisito imprescindibile. Da questo punto di vista, nessuna attività repressiva era realizzabile senza l’assenso partecipato dei più.

Ne deriva che la persecuzione dei testimoni di Geova – come più in generale il complesso delle politiche oppressive poste in essere dai regimi dittatoriali, fino allo sterminio razziale -  non fu un mero problema di condotta delle élite politiche ma richiama le responsabilità, ben più ampie, di interi settori delle singole società nazionali. Che assistettero e non fecero, o fecero ma in senso esattamente opposto a quello derivante dall’assunzione di responsabilità;

c) la centralizzazione del comando repressivo: le direttive in materia erano legate alla manifestazione di volontà per parte dei due dittatori, Mussolini ed Hitler, che ebbero modo di palesare la loro avversione nei confronti della Congregazione. Da ciò derivava, come in una sorta di processo a cascata, la strutturazione di organismi e l’adozione di prassi che, nella specializzazione, estrinsecavano le loro funzioni ma trovavano anche la loro ragion d’essere. La persecuzione dei testimoni di Geova richiedeva un grado di legittimazione e delle competenze che solo l’autorità superiore potevano offrire. Non fu mai un caso occasionale né, tanto meno, affidato al semplice arbitrio dei singoli, trattandosi invece, di fatto sistematico, preordinato e continuativo;

d) la progressività: criteri, forme, mezzi e tempi dell’oppressione si fecero sempre più accentuati con il passare del tempo, il consolidarsi dei regimi, il focalizzarsi dell’attenzione contro i singoli oppositori o le categorie avversate e l’approssimarsi sullo scenario europeo della tempesta bellica. Si passò dall’avversione all’esclusione dalla vita sociale, accompagnata dalle persecuzioni poliziesche fino alla deportazione e all’internamento nei campi di concentramento;

e) la fragilità e la condizione di minorità nella quale si trovavano le vittime: nessun potere è così robusto da riuscire a sostenere a lungo un confronto con quanti lo sopravanzano sul piano dei rapporti di forza. Le vittime delle persecuzioni erano quindi scelte sulla scorta di due premesse:

1. la loro “pericolosità” ideologica (ad esempio, i politici);

2. ma anche e soprattutto in ragione della loro debolezza e fragilità sociale, ovvero l’impossibilità di fare appello alla solidarietà altrui e l’incapacità di sostenere, sulla scorta delle proprie risorse, un conflitto così impari (ed è il caso dei testimoni di Geova, oltreché degli ebrei e di altri ancora). L’azione oppressiva dei nazisti, come dei fascisti, si esercitò sempre contro quanti erano, per una ragione o per l’altra, in una situazione di intrinseca minorità. La politica dei due regimi contro molte minoranze fu, di fatto, una mera politica di repressione. E questo per i motivi anzidetti ma anche per un certo machiavellismo tipico dei sistemi politici illiberali, ove la crezione di capri espiatori e la gestione di conflitti sociali a bassa intensità fungono da storno rispetto ai problemi macrosociali verso i quali le risposte paiono più complesse e meno ovvie. In sostanza, colpendo gli uni ci si toglie il disturbo di dover rispondere nel merito delle grandi questioni sollevate da altri che potrebbero, se mal gestite, originare lo sviluppo di coalizioni politiche avverse ai poteri costituiti. Dire che esiste una colpa attribuibile ad un gruppo funge da valvola di sfogo in tal senso e permettere di evadere dalle proprie responsabilità.

 

4.      Le basi ideologiche delle persecuzioni

 

Se Bédarida aiuta ad identificare le costanti di fondo di un atteggiamento condiviso da soggetti distinti - disposizione d’animo tradottasi in politiche pubbliche - quali erano le basi ideologiche sulla scorta delle quali si implementarono tali orientamenti? Proviamo ad elencarne i passaggi più significativi, ancora una volta nella consapevolezza che tale regesto, lungi dall’essere in sé esaustivo, avvia un piano di riflessione che potrà poi completarsi nel prosieguo delle ricerche.

Le motivazioni che orientavano e baricentravano l’azione repressiva contro la Congregazione ruotavano intorno ad alcune accuse, ripetute nel corso del tempo, e che si possono così riassumere:

a)     l’estraneità al tessuto sociale nazionale, alle nuova “comunità di popolo” che i regimi avevano costituito. L’asocialità era una etichetta-condanna, una sentenza emessa perlopiù non dall’apparato giurisdizionale ma dagli enti deputati alla repressione, da scontarsi in luoghi separati, segregativi. Essa consisteva nell’attribuzione di qualità negative, identificate come in netto contrasto con il nuovo ordine socioculturale e con l’ordinato svolgimento delle relazione umane sotto l’egida di un regime paternalistico e, al contempo, onniscente. La “purezza” del popolo, l’igiene razziale e ideologica, implicavano l’esclusione di quanti non presentavano i requisiti per appartenervi. Come quindi vi erano degli ostracizzati per motivi di razza vi erano anche degli esclusi per ragioni di ordine culturale, morale e comportamentale. I testimoni di Geova erano associati a quelle categorie di individui indesiderati poiché, secondo l’ottica nazista, assommavano in sé, i tratti di una diversità inconciliabile con la morfologia sociale e culturale della nuova Germania;

b)    l’appartenenza ad un movimento internazionalista, antinazionalista e allo stesso tempo depositario di interessi estranei a quelli tedeschi ed italiani. L’origine storica statunitense dell’organizzazione, i suoi costanti legami con i confratelli e le consorelle di fede al di là ed oltre i confini nazionali, gli scambi di materiali e di documenti con l’estero, in una parola il “cosmopolitismo”, nel pensiero come nell’operato, urtavano profondamente il profondo nazionalismo e l’esasperato sciovinismo delle leadership nazionalsocialista e fascista. Esse costituivano anche un intralcio all’opera di riarmo dello spirito e dei corpi che i regimi stavano operando in previsione di un nuovo conflitto mondiale. L’analogia con le accuse rivolte agli ebrei, ovverosia di essere parte di una connection internazionale volta a condizionare la vita e il futuro della Germania, come dell’Italia, è qui particolarmente pronunciata. Di volta in volta si potevano attribuire ai membri della Denominazione intendimenti filocapitalisti o procomunisti, senza obbligo di coerenza alcuna per parte degli accusatori. In questo modo li si rendeva alieni alla comunità. D’altro canto, l’intercambiabilità delle accuse, la loro flessibilità e adattabilità a seconda delle circostanze, era una delle chiavi della propaganda goebbelsiana e della sua capacità di costruire consenso intorno ad una politica repressiva altrimenti difficilmente giustificabile;

c)     la giudaizzazione, in virtù dell’uso dell’Antico Testamento e del paventato coinvolgimento economico degli ebrei nel sostegno alle attività della Congregazione.

Due erano i livelli sui quali si orientava il profilo accusatorio: 1. l’essere come gli ebrei; 2. l’essere dipendenti dagli ebrei. Nel primo caso si trattava dell’ipotesi di aver assunto i connotati culturali – e forse anche razziali – del mondo semita (17). Nel secondo, invece, si raffigurava l’organizzazione come una copertura che gli ebrei adottavano per operare in condizioni avverse, celando le proprie persone dietro ariani di “comodo”;

d)    l’opposizione ad ogni forma di razzismo e la propensione alla fraternizzazione, derivanti dalla vocazione all’opera di evangelizzazione che nulla distingueva delle qualità dei soggetti con i quali la Congregazione entrava in contatto, tanto meno le presunte caratteristiche razziali, poiché fondata sul principio dell’unicità dell’umanità. Presupposto etico, quest’ultimo, radicalmente rifiutato dal regime in quanto antitetico al suo razzismo istituzionalizzato, separazionista, segregazionista e, da ultimo, genocidiario;

e)     il proselitismo pubblico e la diffusione della stampa, concorrenziali all’azione di mobilitazione della collettività operata dal regime. La presenza sul territorio del Reich di individui impegnati a convertire al proprio credo elementi della comunità nazionale e la propaganda religiosa da costoro esercitata, minavano il principio dell’unicità della giurisdizione politica così come la intendevano Hitler e i suoi sodali. Per questi la religione era un problema di sfere egemoniche culturali, direttamente connesso all’esercizio del governo quotidiano, non un aspetto etico e morale della coscienza individuale. Va da sé, poi, che quest’ultima doveva essere completamente sussunta dal pensiero totalitario, privata di ogni riferimento morale, piegata alle utilità operative degli alti dignitari, civili e militari;

f)      la neutralità politica nei confronti dei governi. Lungi dal garantire al nazismo un elemento di acquiescenza, semmai tale posizione costituiva un fattore di ulteriore accentuazione dell’ostilità verso un gruppo visto come integralmente oppositivo in virtù della sua identità morale. Semplificando, si potrebbe affermare che il carattere teologico della Denominazione Cristiana si scontrava contro la natura teleologica dei totalitarismi ed in particolare di quello tedesco;

g)     il rifiuto dell’idolatria, praticata dai tedeschi, come dagli italiani, nei confronti di Hitler e di Mussolini e dei loro regimi. Costituiva essenzialmente un problema legato al controllo dei comportamenti quotidiani. Ovvero, prima ancora che un aspetto della condotta morale, il sottrarsi alle imposizioni dominanti – ad esempio il saluto nel nome del duce – segnalava la volontà di non transigere sul rispetto di uno spazio personale vissuto come inalienabile e irriducibile ad una volontà eterodiretta. In questo modo il meccanismo dell’omologazione subiva una battuta d’arresto proprio nel suo passaggio più critico, quello della riduzione del pluralismo sociale al denominatore politico dell’ideologia dominante. E’ in quest’ambito che si mantennero sacche di resistenza civile, e i due regimi, consapevoli di questa persistenza, si adoperarono in tutti i modi per circoscriverne la pervasività. La questione richiama il grande problema della preservazione dell’autonomia individuale in un contesto di compressione delle libertà civili e sociali (18). Nella sua radicalità, la vicenda dei Bibelforscher è l’epitome di una problema ben più ampio, al quale nessun sistema politico può dichiararsi estraneo: la dialettica tra minoranze e maggioranza e le condizioni di esercizio della libertà di pensiero nelle nostre società;

h)     la concorrenzialità teologica con le Chiese concordatarie ed i culti “ammessi. E’ una vicenda che chiama in causa l’operato dei culti istituzionalizzati che, a partire dagli anni venti, scelsero la strada della diplomatizzazione dei rapporti con i poteri secolari e, soprattutto, con i regimi illiberali che andavano costituendosi e consolidandosi sulla scena europea, per la comprovata garanzia anticomunista che questi offrivano. Alcuni aspetti, tra i diversi, si possono all’uopo richiamare per la loro problematicità. La loro tematizzazione, da affrontare con la dovuta cautela, è ancora fonte di corposi contrasti poiché tocca nel vivo il punto critico, ancora irrisolto, del diritto alla libertà religiosa e la questione della separazione tra stato e chiese:

1.     in Italia vi era il massimo impegno affinché non si affermassero quei culti che erano considerati, a torto o a ragione, come protestanti e avversi alla Chiesa romana. La repressione dei testimoni di Geova passò per le prefetture e le questure regie ma raccolse il concorso attivo di parte del clero cattolico;

2.     l’acquiescenza delle gerarchie dei culti maggioritari nei confronti dei movimenti politici di destra, poi divenuti forze di governo e di stato, si tradusse in silenzi, omissioni e compromissioni al limite della collusione;

3.     vi fu un tornante della storia di quegli anni nel quale si assistette alla non infrequente associazione dell’idea di razza con quella dell’appartenenza religiosa: questo vale per la definizione dello statuto di ebreo nella società tedesca degli anni trenta come per l’identificazione della “latinità” – declinata come variante mediterranea dell’arianesimo – nell’Italia di Mussolini. In questo secondo caso l’adesione al culto cattolico era considerato un attributo fondamentale nella determinazione dei connotati propri ad una concezione prima spiritualista, poi biologista, dell’italianità;

4.     a fronte dei processi di “nazionalizzazione” delle chiese concordatarie, l’”internazionalismo” spirituale, pacifista e organizzativo dei testimoni di Geova era vissuto come un affronto ed un pericolo. Affronto alla logica dominante, pericolo per gli assetti di potere recentemente costituiti.

Sulla scorta di questi presupposti fu dato corso ad una politica che identificava la presenza dei testimoni di Geova come un “problema” la cui soluzione sarebbe avvenuta per via penale o addirittura, come nella maggioranza dei casi, attraverso procedure extragiudiziarie. I risultati sono oramai ben noti.

  

5.     Quel che resta di quella storia

 

Quel che resta di quella storia non è solo il diritto alla memoria che i testimoni di Geova, in quanto europei, vanno conquistandosi ma anche e soprattutto i problemi che essa lascia aperti ed irrisolti. Non si tratta di un aspetto puramente storiografico, tanto più dal momento che la Denominazione, a fare dalla conclusione del secondo conflitto mondiale, è andata ritagliandosi spazi sempre più ampi e adesioni ancor più consistenti nelle società nazionali. E se questo ha ingenerato in certuni nuove aspettative in altri ha stimolato rinnovate avversioni, risollecitando consolidati pregiudizi e reiterate indisponibilità. Già si è ripetutamente richiamato il problema della concorrenzialità tra culti ed in particolare con quelli cristiani. Quindi, quando si parla di triangoli viola si ha a che fare con una questione di attualità, o comunque di pertinenza dell’oggi e non di mera memorialistica. Fatto in sé, peraltro, che concerne tutto il fenomeno delle deportazioni. Ma che nel caso dei testimoni di Geova assume una connotazione propria nella misura in cui si raccorda alla loro opera nelle comunità contemporanee, al modo in cui vivono (e viene vissuta) la loro presenza, all’attività di evangelizzazione e così via. Anche in questo caso vi sono alcune analogie, ma molto limitate, con la vicenda degli ebrei. Laddove, soprattutto, tra gli uni come negli altri, l’assimilazione e i processi di secolarizzazione culturale non hanno esercitato quella forza annichilente che, invece, ha caratterizzato il destino di ulteriori gruppi. L’elemento di profonda differenziazione, invece, si dà sul versante del proselitismo, praticato attivamente dai primi ma assai poco incentivato dai secondi, se si fa eccezione per la componente liberale e progressiva presente nelle comunità ebraiche anglofone, quasi del tutto sconosciuta in Italia e in buona parte dell’Europa continentale.

L’accoglienza che il discorso sul proprio passato ottiene è sempre condizionato da molti fattori, perlopiù coniugati al presente. Sono al riguardo da computare le rappresentazioni sociali prevalenti a livello collettivo (e quindi i pregiudizi consolidati), le qualità comunicative ed il linguaggio adottato, la capacità di interagire con il territorio socioculturale circostante ed altro ancora.

Esistono due piani di interlocuzione: quello che la stessa Congregazione attiva nel momento in cui cerca di comunicare all’esterno di sé - alla platea di quanti non ne fanno parte - la sua propria memoria, chiedendo attenzione, disponibilità ad ascoltare ma anche condivisione e compartecipazione. E, sul versante opposto ma rigorosamente speculare, il ritorno che essa raccoglie, ovvero la capacità di fare proprie le risposte che provengono dalla società civile, ma anche le domande che sono formulate sulla scorta delle sollecitazioni che la riflessione pubblica sulle persecuzioni subite solleva. In altri termini, si tratta di verificare la propensione allo scambio che l’esercizio dell’autonarrazione implica. Poiché raccontare di sé ha come correlato non solo la richiesta che altri si aprano alle parole pronunciate – il cui senso non è necessariamente univoco ma può variare in base alla qualità e alla storia degli stessi interlocutori – ma richiama la competenza ad aprirsi a propria volta, la sensibilità a farsi soggetto di comunicazione. La memoria non è un manufatto né un artificio: è una qualità individuale che si attiva attraverso il suo uso sociale, diffuso, partecipato e condiviso. Trasmuta nel corso del tempo così come mutano i tempi stessi. Non è cristallizzata – altrimenti è solo il nome che si dà alla nevrosi, lo sguardo ossessivamente consegnato al passato – ma è sempre interattiva, ovvero interagente con i soggetti della realtà circostante. Si rinnova e ricostruisce nello scambio.

Il lascito morale della vicenda delle deportazioni è allora soprattutto uno: da solo l’uomo non si basta. Necessitiamo di comunicare, dire, raccontare, condividere. E come questo serve ad ognuno di noi, così occorre agli altri da noi. Lungi dall’aver spezzato quei fili di continuità e di reciprocità che costituiscono il significato più profondo del legame sociale, la storia delle deportazioni e dei lager ha ridonato senso al rapporto tra diversi, che in ciò rinnovano il patto di eguaglianza.

 

Claudio Vercelli

 


 Note

  

(1)     Parole molto chiare sono state scritte da uno studioso insospettabile di atteggiamenti apologetici, Massimo Introvigne che, nel suo recentissimo lavoro su “I testimoni di Geova. Già e non ancora” (link), Elledici Edizioni, Torino 2002, alle pagine 59- 63, dedicate alla repressione della Congregazione sotto i due regimi, tra le altre cose afferma: “si tratta sia di una pagina tragica della storia dei Testimoni di Geova, sia di una componente troppo spesso ignorata. Gli oppositori dei Testimoni di Geova hanno reagito alle rievocazioni che questi ultimi hanno promosso del loro martirio nei campi nazisti con un atteggiamento francamente sgradevole…”

(2)     Copia del modulo di abiura (link) è reperibile all’indirizzo internet www.triangoloviola.it, sito interamente dedicato alla deportazione dei testimoni di Geova.

(3)     Ovverosia gli “Studenti della Bibbia”.

(4)     Su questo punto Elisabeth Christine King, The Nazi State and the New Religions. Five Case Studies in Non-Conformity, (link) Edwin Meller Press, New York-Toronto 1982.

(5)     Su questo punto si veda il lavoro di Edouard Conte e Cornelia Essner, Culti di sangue. Un’antropologia del nazismo, Carocci, Roma 2000.

(6)     Questo documento e la complessa diatriba che per parte di certuni è stata sollevata contro la Congregazione sarà oggetto di ulteriori riflessioni in uno dei prossimi articoli.

(7)     Su Alfred Rosenberg si veda la biografia di Robert Cecil, Il mito del XX secolo, Feltrinelli, Milano 1976.

(8)     Insuperata, a tal riguardo, la lezione di Hannah Arendt contenuta ne “Le origini del totalitarismo”, Edizioni di Comunità, Roma 2001 ma disponibile in più edizioni.

(9)     Klaus Theweleit, Fantasie virili. Donne, flussi, corpi, storia. La paura dell’eros nell’immaginario fascista, il Saggiatore, Milano 1997

(10)Su questo punto si sono esercitati con Paolo Piccioli ne I testimoni di Geova durante il regime fascista (link) in Studi Storici, anno 41, numero 1 gennaio-marzo 2000, pagg. 191-229 e Giorgio Rochat, Regime fascista e Chiese evangeliche. Direttive e articolazioni del controllo e della repressione, Claudiana, Torino 1990, pagg. 275-301.

(11)Piccioli, op. cit.

(12)Ministero dell’Interno, comunicazione ai Prefetti del Regno n° Prot. 441/027713 del 22 agosto 1939, ora contenuta in “Intolleranza religiosa alle soglie del duemila” a cura dell’Associazione europea dei Testimoni di Geova per la tutela della libertà religiosa, Fusa Editrice, Roma 1990, pagg. 252-255.

(13)Ministero dell’Interno, comunicazione ai Prefetti del Regno n° Prot. 441/02977 del 10 marzo 1940, sempre in “Intolleranza religiosa…”

(14)Pubblicato dall’editore Albin Michel, Paris 1998, pagg. 466.

(15)Su questo tema il volume di Emilio Gentile, Le religioni della politica. Fra democrazia e totalitarismi, Laterza, Roma-Bari 2001.

(16)Ministero dell’Interno, comunicazione ai Prefetti del Regno n° Prot. 600/158 del 9 aprile 1935, ora contenuta in “Intolleranza religiosa alle soglie del duemila” a cura dell’Associazione europea dei Testimoni di Geova per la tutela della libertà religiosa, Fusa Editrice, Roma 1990, pag. 251.

(17)Un’ipotesi, quest’ultima, sulla quale varrebbe la pena di proseguire le analisi e le riflessioni, sulla scorta di una ricognizione più attenta dei costrutti antropologici nazisti. La teoria delle “contaminazioni” per contatto, professata soprattutto da Julius Streicher e dalla sua pubblicazione periodica Der Stuermer forse potrebbe riservare qualche sorpresa riguardo anche all’immagine e alle opinioni che le ali più radicali dal nazismo nutrivano nei confronti dei testimoni di Geova.

(18)Su questo punto e, più in generale, riguardo all’ordine di considerazioni da esso richiamate, si rimanda alla lettura del Bruno Bettelheim de Il prezzo della vita. La psicanalisi e i campi di concentramento, Bompiani, Milano 1976 e Sopravvivere, Feltrinelli, Milano 1989

 

 Claudio Vercelli, storico e pubblicista, è ricercatore presso l’Istituto di studi storici Salvemini di Torino dove coordina il progetto di ricerca e formazione sugli “Usi della storia, usi della memoria”

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